Giungo appena in tempo: la classica botta di culo. Mai successo.
Anche quella volta il ritardo non sarebbe stata colpa mia, sempre di un altro. E’ sempre stato così: o di un altro o della sfortuna più cieca. E io -la mia felicità forse più grande- dovevo rimanere spettatore di quanto mi sarebbe passato sotto gli occhi, anche se chiusi. Talvolta nemmeno spettatore: lo venivo a sapere dopo, sempre da qualcun altro, da quella cieca sfortuna. Sapevo di questo appuntamento cui mi sarebbe dispiaciuto mancare ma non è dato sapere, soprattutto a me, come ne fossi venuto a conoscenza (voci di corridoio, confidenze, ricordi).
Mi sogno camminare sul prato verde, lo sguardo fisso sulla zona mista resa viva dalla presenza di alcune persone – le stesse che la occupano da anni. Accanto a me passeggia qualcuno (una ragazza?). A posteriori la sensazione è che questa ragazza stia a impersonificare quel “qualcun altro” che ha sempre la colpa di impedirmi la felicità quando questo non è frutto della cieca sfortuna. La vista è annebbiata: un sogno (?).
E questo sogno continua con me lontano dalla buca di sabbia, le mie gambe fremono, han voglia di cominciare quella rincorsa. So che mi stanno guardando. E’ quello che ho sempre voluto: essere guardato in queste occasioni, col pensiero rivolto sempre a qualcosa di più grande. Ho il vestito d’occasione, la “divisa da parata” che esalta tutte quelle qualità fisiche che nel tempo ho scoperto essere tali pressoché solo ai miei occhi.
Muovo i primi balzi, cadenzati, ampi. I gesti del corpo sono volutamente lenti, pesanti: danno un che di maestoso, esprimono una potenza che in realtà mai c’è stata né mai ci sarà. Il ritmo della rincorsa aumenta, i gesti del corpo in movimento trovano unità, buona forma. Sono un proiettile, solo il vento può distrarre la mia traiettoria. Vacillo ad una folata appena appena più forte, ma ormai è troppo tardi: nemmeno io posso impedirmi la perfezione. Arrivano in sequenza gli ultimi tre appoggi: tatatàn! Sono in volo e non sono più perfettibile in nulla. Resto sospeso in questo stato di grazia: solo ai più profani potrei sembrare un angelo.
Ho vinto. Ora so che con la disciplina ho la fortuna di aspirare alla perfezione. Il talento altro non è che un mestiere.
Post affascinante. Onirico? Ermetico? Allegorico?
Occhio, però: chi crede nella sfortuna, in genere non crede in se stesso.
“Ho vinto. Ora so che con la disciplina ho la fortuna di aspirare alla perfezione. Il talento altro non è che un mestiere”.
Accetti apprendisti?
Caro August io accetto apprendisti nell’insegnare a saltare in lungo, triplo, alto. Già un semplice salto a piedi pari su sé stessi mi risulta impossibile da insegnare. Il post, comunque, è onirico e basta. Un sogno ricorrente e rincorrente.
NaG