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Posts Tagged ‘Diaristica eccelsa’

“In amor vince chi fugge”…ma va là!

Certo è che le mie amorose fughe dall’amore mi comportano un tale dispendio di energie  psichiche, fisiche, culturali ed economiche tali da farmi preferire una perdente amorosa immobilità. Seguendo questa logica da “Corri Forrest!” e/o “Chi-va-piano-va-sano-e-va-lontano” corriamo (sic!) il rischio di non cogliere quell'”attimo”, pure lui fuggente, “unico e irripetibile” (mica vero!) che gira e rigira tutti sognamo e a cui tutti tendiamo naturalmente.

Niente niente questo luogo, ai Più, comune del “fuggi-fuggi” (e io aggiungo: “ché poi rifulgi!”) dall’amore possa al suo ennesimo giro e rigiro, ma lui davvero, sfuggirci di mano?

E’ una questione paradigmatica nei comportamenti antropologici o quanto meno antropomorfi (non dimentichiamoci dei Più): dall’amore non si fugge, nell’amore ci si butta (anche via)! Si potrà, certo, ed è buon costume, stare attenti a non sbatterci teste, casse toraciche, bassi ventri – ognuno ama a modo suo, ma ci si tufferà come i Cagnotto padre e figlia nelle piscine: con grazia e successo.

Alberoni ci ha costruito una fortuna sull’amore “Movimento a due prima allo Stato Nascente e poi Istituzione” (per lui matrimonio). Io, non guadagnandoci nulla, aggiungo che il movimento (troppo spesso a Uno), ovvero la fuga, agisce e si esaurisce all’interno della fissità temporale e spaziale dell’attimo atemporalmente fuggente in cui sei lì lì per dire “Ti a…” ma non puoi perchè la sua lingua è già inestricabilmente fuggi-fuggita verso di te e nelle tue cavernose viscere oral-amorose che sentiranno per sempre echeggiare il fatidco: “…mo’!?”.

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Dentro fuori, dentro fuori, dentro fuori…ora non ricordo di preciso se fossi dentro o fuori. Ricordo solo che prima ero stato al campo a fare allenamento – avevo appena ricominciato (andando a ritroso: che conquista!).

Albeggiava una solita estate con aria abbastanza nuova, profumata di nulla al punto giusto da farmi credere alla possibilità di un inizio o, forse, all’indizio di un principio di fine.

Inizio a scorgerlo intento a farsi la barba (?), la porta del bagno semichiusa, le mutande sgualcite, i piedi già un po’ deformi sproporzionati rispetto all’esile figura naturalmente tonica, l’incavo del coccige a formare un’insenatura nel corpo e conseguente pancia da, magrissima, gravidanza isterica. L’altra faccia (sempre andando a ritroso) di un’altra medaglia, sono io riflesso allo specchio della porta blindata nera con la maniglia dorata – ottone – che mi stupisco del mio stupore. Un istante, un millesimo di nanosecondo riflesso dallo specchio a figura intera e mi si dipana il passato-presente-futuro cui m’ero coscritto: il cappuccio di una felpa incornicia uno sguardo questuante, gli occhi si fissano reciprocamente e vedono…due sguardi! Alla faccia di Dorian Gray! E, sempre a ritroso, questi due sguardi a loro volta erano oggetto di osservazione, più uno sbirciare, di uno dei due sguardi di lui riflesso allo specchio del cesso intento a sbarbarsi. Alle facce di Dr. Jekill e Mr. Hide!

Ora, pur cercando di ricostruire fedelmente i fatti storici e gli sfatti emotivi, sempre a ritroso, non so dire di preciso quale dei quattro sguardi vedesse la morte, e quale invece la stesse solamente scorgendo. Parlando io di me e io di lui posso solamente affermare che i miei due dei quattro sguardi stessero vedendo sicuramente qualcosa (sé stessi?) e che i suoi due di quattro anche (me?). Resta il fatto che una morte da qualche parte ci stava: quattro prospettive, una sola morte. Una la vedeva, una ne scorgeva la possibilità…e li chiamano “giochi di sguardi”!

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Giungo appena in tempo: la classica botta di culo. Mai successo.

Anche quella volta il ritardo non sarebbe stata colpa mia, sempre di un altro. E’ sempre stato così: o  di un altro o della sfortuna più cieca. E io -la mia felicità forse più grande- dovevo rimanere spettatore di quanto mi sarebbe passato sotto gli occhi, anche se chiusi. Talvolta nemmeno spettatore: lo venivo a sapere dopo, sempre da qualcun altro, da quella cieca sfortuna. Sapevo di questo appuntamento cui mi sarebbe dispiaciuto mancare ma non è dato sapere, soprattutto a me, come ne fossi venuto a conoscenza (voci di corridoio, confidenze, ricordi).

Mi sogno camminare sul prato verde, lo sguardo fisso sulla zona mista resa viva dalla presenza di alcune persone – le stesse che la occupano da anni. Accanto a me passeggia qualcuno (una ragazza?). A posteriori la sensazione è che questa ragazza stia a impersonificare quel “qualcun altro” che ha sempre la colpa di impedirmi la felicità quando questo non è frutto della cieca sfortuna. La vista è annebbiata: un sogno (?).

E questo sogno continua con me lontano dalla buca di sabbia, le mie gambe fremono, han voglia di cominciare quella rincorsa. So che mi stanno guardando. E’ quello che ho sempre voluto: essere guardato in queste occasioni, col pensiero rivolto sempre a qualcosa di più grande. Ho il vestito d’occasione, la “divisa da parata” che esalta tutte quelle qualità fisiche che nel tempo ho scoperto essere tali pressoché solo ai miei occhi.

Muovo i primi balzi, cadenzati, ampi. I gesti del corpo sono volutamente lenti, pesanti: danno un che di maestoso, esprimono una potenza che in realtà mai c’è stata né mai ci sarà. Il ritmo della rincorsa aumenta, i gesti del corpo in movimento trovano unità, buona forma. Sono un proiettile, solo il vento può distrarre la mia traiettoria. Vacillo ad una folata appena appena più forte, ma ormai è troppo tardi: nemmeno io posso impedirmi la perfezione. Arrivano in sequenza gli ultimi tre appoggi: tatatàn! Sono in volo e non sono più perfettibile in nulla. Resto sospeso in questo stato di grazia: solo ai più profani potrei sembrare un angelo.

Ho vinto. Ora so che con la disciplina ho la fortuna di aspirare alla perfezione. Il talento altro non è che un mestiere.

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BUONE FE…RIE

In questo giorno di ferie rivolgo il mio pensiero a tutti i richhi e ricchissimi del mondo (bambini e affini) costretti da questa società infame a sprecare il loro preziosissimo non-tempo a pensare e comperare costosi o costosissimi doni.

Pur non comprendendo questo immenso dolore gli sono vicino, con tutta la mia inarrestabile invidia.

NaG

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